Come altrove, anche in Iraq la locale industria calzaturiera è sotto la minaccia delle importazioni cinesi. Ma le difficoltà sono ben altre.
Da un’inchiesta del New York Times - 15 aprile 2008
Pianificare la sopravvivenza in una fabbrica irachena
Di James Klanz
Baghdad – Prima dell’aprile 2003, un labirinto di corsie illegali che si ramificavano dal centro di Rasheed Street erano popolate da centinaia di piccole fabbriche di pelletteria. Hassan Attiya, 43 anni, disegnava calzature da donna e ne vendeva a migliaia.
Ora il Sig. Attiya mortificato da timori per la sicurezza, dalla chiusura delle concerie irachene che lo rifornivano di materie prime e una valanga di importazioni a basso prezzo da Cina e Siria, aspetta di disintegrarsi definitivamente nello studio che fu di un dentista e con la manciata di operai che gli sono rimasti.
Se questo non fosse abbastanza devastante, oltre alla diffusa violenza generata dalla guerra nel Sud che ha costretto il Sig. Attiya a chiudere la sua fabbrica, la polizia di Baghdad ha recentemente fermato un camion che portava merci da lui ordinate e provenienti dalla Siria. Il poliziotto ha dichiarato di averlo fatto per cercare delle armi ma dopo aver terminato la ricerca, un pacco contenente bigiotteria di alta qualità (diamanti finti) per decorare le scarpe, è sparito. Il valore era di 1200 $, probabilmente un quarto del capitale d’esercizio del Sig. Attiya.
“Wallahi” è un’espressione araba che il Sig. Attiya fa ormai sua e significa tristezza. “Gli affari non vanno come dovrebbero. E’ una sorta di selezione naturale: sopravvive il più forte e il più adatto.”
Ma c’è anche un raggio di luce nella metafora darwiniana che ha utilizzato: ha riaperto la fabbrica questo mese ed è circondato da pile di calzature color malva, verde, bianco, argento, oro e nero con forme estroverse, tacchi a spillo e decorazioni capricciose, che lo rendono a tutti gli effetti un sopravvissuto uomo d’affari privato.
Inoltre, nel settore delle calzature, Mr. Attiya non è solo nonostante tutta la devastazione e la turbolenza del 2003 in Iraq e nonostante affermi di non aver ricevuto nessun tipo di aiuto da quello che apparentemente dovrebbe essere il suo Governo e nemmeno dagli Americani.
Quasi tutte le fabbriche di pelletteria hanno chiuso nel 2003 ma ora ci sono dei segnali positivi da alcune di loro - non più del 5/10% che però ancora contano migliaia di operai – che sono riuscite ad adattarsi alla nuova situazione e a volte in modi che prima forse ritenevano impensabili.
L’aumento delle misure di sicurezza con l’arrivo delle truppe Americane di un anno fa ha contribuito ad migliorare la situazione, soprattutto facendo sentire più sicuri i clienti in alcuni mercati e permettendo ai commercianti di viaggiare e consegnare anche fuori da Baghdad.
“E’ sicuramente stato positivo per i miei affari” - dice Muhamad al-Sudani, direttore operativo e regionale della Marakish, fabbrica di calzature e ciabatte - “ma non sarà mai positivo come lo era prima del 2003, e non credo lo sarà mai più.”
Inoltre, parlando con numerose dozzine di lavoratori, direttori e titolari di aziende, ho appreso che più di qualsiasi altro fattore, sono state la costanza e il buon vecchio opportunismo imprenditoriale a permettere all’industria calzaturiera locale di mantenere la sua presenza.
Majid Mishari, il proprietario della Marakish, dice che nel 2003 e 2004 non poteva tenere aperta la sua fabbrica e non appena lo ha fatto nel 2005 per pochi mesi, ladri o ribelli hanno intercettato nel deserto di Anbar una spedizione dalla Siria di pellame del valore di 45.000 $.
Ma Mishari che tiene molto alla sua fabbrica ha fatto il massimo per tenerla aperta. Nel 2006 è riuscito a lavorare per sei mesi. E ora che la sicurezza sta migliorando sicuramente terrà aperto per più tempo.
In Iraq domani ci sarà la pace ma il Sig. Mishari continuerà comunque a pagare per la violenza che a lungo ha scosso il suo paese. Continua ad aprire negozi e li riempie con cataste di quelle che lui definisce fatture non pagate: molte di loro sono per ordini fatti a proprietari di negozi che sono stati uccisi, scomparsi o semplicemente che usano la guerra come una scusa per non inviare pagamenti.
Per questa ragione Mishari ha improvvisato chiedendo un prestito bancario di 100 milioni di dinari, circa 80.000 $ e si sta apprestando a vendere la sua casa nelle vicinanze di Karada se con le sue entrate non riuscirà ad effettuare i pagamenti.
Ai vecchi tempi - e nonostante le disabilitanti sanzioni economiche imposte all’Iraq dall’economia occidentale - la domanda per i suoi prodotti sembrava fosse senza fine e così pure il denaro che ne arrivava. “Ora - conclude il Sig. Mishari - vorrei soltanto sentire il profumo di una banconota da 100 $”.
http://nytimes.com/
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